Quella luce blu. La vita di Marie Curie

“È la sola cosa che mi importi” dice Maria Sklodowska Curie del suo lavoro.

Una Marie Curie spettrale, quasi evocata dalla figlia Irene, che asseconda con affetto il suo delirante dialogo con una vecchia radio, che riporta stralci di un’ intervista che ripercorre i passaggi cruciali della sua vita, del suo lavoro, e solleva questioni di massima importanza come la responsabilità dello scienziato nei confronti dell’umanità intera.

Uno spazio scenico in cui si rendono concreti il pericolo e la minaccia che rappresentano le scoperte delle due scienziate.
Perno dello spettacolo è l’aspetto umano della scienziata, il suo sforzo di abbattere i pregiudizi sull’attività di una donna in un ambiente che tuttora, ma soprattutto all’epoca, era prevalentemente maschile.

La Marie della Cerrato e Crismani diventa, nella nostra messa in scena, un personaggio pirandelliano, che si rivolge agli spettatori e all’autrice con la stessa amarezza dei Sei Personaggi: “E si vorrebbe che adesso, qui, in questo luogo, io, e tu, e altri, rivivessimo in breve tempo le nostre esperienze di anni, profonde, entusiasmanti, faticose. Ah! la fatica! Questo solletica molto la curiosità della gente!”

Marie Curie si ribella a chi investiga con voyeurismo la sua vita: “Compito della scienza è indagare le cose, non le persone”, ma lascia fluire i ricordi della sua ricerca come fosse il racconto d’una storia d’amore.

Dicono di noi:
“In questo spettacolo i mezzi poveri del teatro sono stati giocati con grande maestria. La vita di Maria Curie, il carattere spigoloso, la sua ansia di sapere, il suo spogliarsi di ogni orpello inutile per arrivare al cuore delle cose… il tutto allestito in una cucina, dove gli strumenti domestici diventano evocazioni febbrili di una vita dedicata alla ricerca e illuminata dall’amore per il marito: Maria legge su un tagliere le pagine di un articolo, se lo porta al petto all’annuncio della morte dello sposo e ogni volta che le consegnano un effetto personale di lui si pugnala il cuore con un coltello piantato nel tagliere stesso. Il bell’esempio di fissione nucleare modellato su gnocchi di patate che si sfaldano, della ricerca degli
elementi presenti nella materia simboleggiato dalla rottura dei gusci di noce per mezzo del bastone a cui lei si appoggia, la nostalgia per il paese nativo (chiamerà “polonio” il nuovo elemento) fino al finale denso di angoscia sulle colpe della scienza… tutto questo concorre a presentarci uno spettacolo che non si dimentica.”
Maria Rosa Menzio

Lo spettacolo si è sviluppato dal precedente “Il fuoco del radio. Dialoghi con Madame Curie”, promosso dal comitato delle Pari Opportunità dell’Università degli studi di Padova.

Questo spettacolo fa parte di Senza frac nero né cilindro, trilogia di teatro biografico al femminile.

Staff

Tratto da “Il Fuoco del Radio. Dialoghi con M.me Curie” di Simona Cerrato e Luisa Crismani

Con Marina Pitta (Marie Curie) e Briana Zaki (Irène Curie)

Con la collaborazione di Marco Mattiuzzo (voce registrata)

Foto di Tamara Casula

Regia di Irene Ros

Rivolto a

dai 15 anni